13 marinai e un cargo

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Questo argomento contiene 5 risposte, ha 0 partecipanti, ed è stato aggiornato da  loxodrom 15 anni, 7 mesi fa.

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    loxodrom
    Partecipante

    13 marinai e un cargo
    …indubitabilmente, forse

    La figura avanza nel buio, nella mia direzione, mentre aspetto seduto sopra la mia sacca da barca di fronte alla passerella del mercantile; le fiancate si alzano, quelle del cargo, come un muro buio e enorme che si staglia contro il buio della notte; i fianchi, quelli della ragazza, sciolgono i propri nodi in un modo leggermente goffo mentre avanza nella notte capoverdiana; e’ carina e quasi minuta, lo zaino le oscilla sulle spalle seguendo il ritmo dei passi. E’ palesemente troppo pesante. Io ho solo una sacca da barca, dentro ho tutto il necessario per la traversata per i Caraibi ed anche gli strumenti, ago, una vecchia candela e filo da selleria, per cucirvi sopra ad uso di spallacci due spezzoni di cintura di sicurezza tolti ad una vecchia BMW distrutta in una strada di Maremma, e trasformare la sacca in zaino per quando sbarchero’. Correvo poco dopo l’ alba quella volta in direzione di Alberese; l’uscita invernale con i butteri, le bufale e le razzette di puledri; la cavalla del buttero che era stata passata da parte a parte da un’ incornata e per 10 centimentri un corno non prese anche Armido, il buttero che aveva tentato di sbrancare il vitello; destro-sinistro aveva detto Armido che la bufala tentò di fare, esattamente come dice Emingway per i tori da combattimento in uno dei 3 libri da portare su un’ Isola deserta, Morte nel Pomeriggio; i talloni, mi ricordavo mentalmente mentre guidavo la vecchia BMW, tenersi sempre pronti a dare i talloni al cavallo e una bella nerbata di briglie sul fondoschiena per fuggire di fronte ad una bufala col vaccino appresso o ad un toro.Gli spazi, i silenzi ed i tempi dilatati, il tempo eterno ed un po’ desolato del grande Cuore della Maremma; ero immerso nel pensiero di tutto questo mentre guidavo nel mattino attraverso le strade che da Porto Santo Stefano si snodano verso Alberese; deve essere stato mentre pensavo che il modo migliore di morire e’ all’ alba, all’ inizio di una nuova avventura, che vidi il bus che veniva dritto incontro a me mezzo nella mia carreggiata. Anch’ io ero mezzo nella sua, e tutti e due eravamo in curva.

    Tutto cio’ che resta della BMW sono questi due spezzoni di cintura, in ogni modo, avro’ tutto il tempo di trasformarli in due spallacci, seduto a prua durante le pigre settimane, dentro gli alisei che separano la baia di Mindelo dalle Antille Olandesi. In barca serve una sacca, ma serve uno zaino per camminare a terra. Capo Verde era allora solo qualcosa che si frapponeva tra me e le Antille, un ostacolo da superare in fretta, un nome. La banchina e’ in cemento, fredda, resto seduto sulla sacca, e come inutile dentro il buio aspetto. Mi imbarchero’ indubitabilmente, se insisto, forse. Poi c’e’ questo mercantile, questa massa rugginosa che rolla in modo leggermente percettibile, la massa spsotata ad ogni oscillazione deve essere enorme; il movimento e’ ipnotico, le dimensioni decisamente irreali, la loro percezione e’ amplifcata dal basso della prospettiva da cui lo osservo e dalla solitudine, molto probabilmente, ed indubitabilmente, certo. Alcune lettere emergono dalla fiancata e dallo strato consunto di vernice con cui si e’ cercato inutilmente ed in modo non del tutto convinto di cancellarle; in un pomeriggio di Febbraio a Livorno, ventoso, naturalmente, mi imbattei in lettere cirilliche grandi come queste, mi ritrovai all’ improvviso di fronte un cargo gigantesco, russo, non so come vi arrivai nel mio nel mio svagato vagabondare, tra i canali ed il porto, in libera uscita o meglio alla fine del mio turno. Fu come sbattervi addosso. Quel cargo non era un cargo, era un invito Baudeleriano a lasciare gli ormeggi, un messaggio proveniente dai reconditi territori del sogno. Quanto meno a 22 anni si e’ autorizzati a pensare e credere cio’, ed il solo fatto di crederlo lo invera.

    In ogni modo, se da qualche parte dove essere rappresentato il concetto di viaggio, se a qualcuno venisse in mente di inviare nello spazio ad ignoti destinari un’ icona che riassuma l’ idea del viaggio, cio’ che dovrebbe essere raffigurato e’ indubbiamente un grosso cargo russo. Indubbiamente.

    I 13 marinai del mercantile come spesso accade da queste parti sono senegalesi, alcuni, altri capoverdiani, invece; questo lo avrei appreso nei giorni succesivi, comunque, ed anche che qualcuno era molto vecchio ed aveva girato molto, molto, gli Stati Uniti. Come il vecchio pazzo la notte della festa a Paul.
    Salgono e scendono ogni tanto correndo, quasi volando, con passi pesanti, sulla passarella, indaffarati, dentro il vento caldo della notte capoverdiana, nei preparativi per la partenza. Con un’occhiata ogni tanto qualcuno mi fa un cenno, la risposta e’ no, indubitabilmente. Parliamo, la ragazza ed io, e’ di Montpellier, e’ vestita come un Hare krishna o come se avesse strappato uno scampolo di colori male assortiti all’ arcobaleno, si e’ accordata, nel pomeriggio, col vicecomandante, per cio’ che anch’ io sono qui ad aspettare, l’imbarco per Mindelo, e facendo intuire il vantaggio di una merce di scambio particolare, privilegio femminile. Parliamo senza vera intenzione, distrattamente, a tratti, nel buio, nella notte e dentro il vento caldo, io in realta’ fingo di ascoltarla, chissa’ dove sara’ adesso quello stalloncino di 2 anni che non smetteva di seguirci nelle piane di Alberese, e. appunto, stalloneggiava, e il buttero Armido che disse aspetta ora ci penso io, cavo’ dalla tasca della giacca di fustagno, consunta, naturalmente, un grumo arroncigliolato di fil di ferro, lo srotolo’ , ne lego’ un’ estremita’ al rampino e comincio’ a rotearlo velocemente: ricordo il sibilo del fil di ferro nell’ aria, non sono sicuro di ricordare se una passata o due si abbatterono sulla groppa dello stalloncino, so per certo che torno’ indietro, alla sua razzetta. Mi coglie mentre ci sto pensando il sospetto che aspettasse solo questo, che fosse cioe’ un gioco che gia’ conosceva, per lui, il roteare ed il sibilo nell’ aria del fil di ferro. Sembrava soddisfatto comunque, mentre tornava trottignando a dar fastidio ai suoi compagni di gioco. Diventera’ sicuramente un meraviglioso stallone, memorabile nella sua generazione, uno di quelli di cui raccontano i vecchi butteri ai giovani, mentre ripongono la scafarda in una rimessa buia e odorosa di cuoio ingrassato. Ricordo anche uno stallone maturo ed i segni dei rebbi del forcone sulla groppa ma questo era in scuderia, era a Siena ed in altri anni. Non tutti gli stalloni si facevano da parte quando entravi, di buon’ ora, nelle mattine invernali fredde e rugiadose, per rifare il box. Era accogliente comunque il calore umido del box e l’ odore di fieno e urina, e quasi familiare nelle mattine di inverno, ed era bello muovere i muscoli e scaldarsi prima che tutto cominciasse, nel silenzio, in compagnia dei soli propri pensieri, prima che il mondo, lontano, comunque, cominciasse a correre e ruggire.

    C’ era questa ragazza accovacciata accanto a me, dunque, francese, di Montpellier, che avrei ritrovato dopo 2 settimane mano nella mano col suo Apollo nero sulla spiaggia di Santa Maria. Stava accovacciata accanto a me adesso sul freddo cemento della banchina del molo di Palmeira, Isola di Sal, Arcipelago di Capo Verde, West Africa, e Oceano Atlantico, naturalmente, e non si era tolta lo zaino dalle spalle. Passa il vice comandante, si salutano come due complici. Poi tutto avvviene rapidamente, qualcuno a prua inizia le manovre, la ragazza e’ sparita come aspirata dentro il cargo, un uomo salta a terra, scioglie le gomene che spariscono come inghiottite dal mastodonte d’ acciaio, un brontolio sordo come se provenisse dalle viscere della terra, un rombo quasi trattenuto prima, poi si sente che prende fiducia e si rafforza, sale come dalle buie profondita’ del mare, un marinaio, enorme, scioglie la sagoletta che tiene bloccata a terra la passerella, sta per iniziare a ritirarla a bordo, espera! con un salto ci sono sopra, lo guardo. Ok dice con un cenno, vieni.

    Entriamo, un passaggio stretto, una ripida scaletta, siamo nel buio ventre del leviatano, voltiamo, lui va veloce, e’ il vice capo macchinista, il cargo e’ enorme, ma gli spazi interni sono innaturalmente angusti, io ho la sacca, il vice capo macchinsta e’ enorme anch’ esso come il cargo e cammina veloce, ricordo esattamente la svolta nel misero quadrato ufficiali ed il capitano, un creolo, inquadrato nel vano illuminato di un passaggio, che firma le istruzioni di carico, certo, probabilmente, credo. Epsera, mi dice il vice capo macchinista, questo lo capisco, poi mi dice qualcosa che non capisco ma che sicuramente significa fermo qui, avanza e bisbiglia timidamente qualcosa al comandante; si vede che hanno rispetto verso i comandanti a queste latitudini, il corpo assume una postura decisamente umile, sembra contrarsi nelle spalle nel tentativo di farsi piccolo, pesera’ 110 chili per 2 metri.
    Il capitano fa un cenno senza guardarlo, sta continuando a firmare le istruzioni di carico, la risposta indubitabilmente e’ no, il vice capo macchinista torna da me, fa un cenno che signifca indubitabilmente no, desculpa, lo sorpasso svicolando accanto e come sotto il suo corpo enorme, sono di fronte al comandante adesso, lo guardo, please, il comandante mi fa un cenno impercettibile: O.K.

    bene, esiste ancora qualcuno che conosce l’antica legge del mare.

    sono a bordo, finalmente.
    Facciamo rotta per le Sopravento.

    ” caffè Atlantico”
    FRANCESCO AVERANI

    guglielmo
    Partecipante

    grande franz ho saputo anche delle tue avventure in Alaska,
    a quando un racconto anche su queste?

    loxodrom
    Partecipante

    citazione:


    13 marinai e un cargo
    …indubitabilmente, forse

    La figura avanza nel buio, nella mia direzione, mentre aspetto seduto sopra la mia sacca da barca di fronte alla passerella del mercantile; le fiancate si alzano, quelle del cargo, come un muro buio e enorme che si staglia contro il buio della notte; i fianchi, quelli della ragazza, sciolgono i propri nodi in un modo leggermente goffo mentre avanza nella notte capoverdiana; e’ carina e quasi minuta, lo zaino le oscilla sulle spalle seguendo il ritmo dei passi. E’ palesemente troppo pesante. Io ho solo una sacca da barca, dentro ho tutto il necessario per la traversata per i Caraibi ed anche gli strumenti, ago, una vecchia candela e filo da selleria, per cucirvi sopra ad uso di spallacci due spezzoni di cintura di sicurezza tolti ad una vecchia BMW distrutta in una strada di Maremma, e trasformare la sacca in zaino per quando sbarchero’. Correvo poco dopo l’ alba quella volta in direzione di Alberese; l’uscita invernale con i butteri, le bufale e le razzette di puledri; quella fattrice che era stata passata da parte a parte da un’ incornata e per 10 centimentri un corno non prese anche Emiliano, il buttero che aveva tentato di sbrancare il vitello; i talloni, mi ricordavo mentalmente mentre guidavo la vecchia BMW, tenersi sempre pronti a dare i talloni per fuggire di fronte ad una bufala col vaccino appresso o ad un toro.Gli spazi, i silenzi ed i tempi dilatati, il tempo eterno ed un po’ desolato del grande Cuore della Maremma; ero immerso nel pensiero di tutto questo mentre guidavo nel mattino attraverso le strade che da Porto Santo Stefano si snodano verso Alberese; deve essere stato mentre pensavo che il modo migliore di morire e’ all’ alba, all’ inizio di una nuova avventura, che vidi il bus che veniva dritto incontro a me mezzo nella mia carreggiata. Anch’ io ero mezzo nella sua, e tutti e due eravamo in curva.

    Tutto cio’ che resta della BMW sono questi due spezzoni di cintura, in ogni modo, avro’ tutto il tempo di trasformarli in due spallacci, seduto a prua durante le pigre settimane, dentro gli alisei che separano la baia di Mindelo dalle Antille Olandesi. In barca serve una sacca, ma serve uno zaino per camminare a terra. Capo Verde era allora solo qualcosa che si frapponeva tra me e le Antille, un ostacolo da superare in fretta, un nome. La banchina e’ in cemento, fredda, resto seduto sulla sacca, e come inutile dentro il buio aspetto. Mi imbarchero’ indubitabilmente, se insisto, forse. Poi c’e’ questo mercantile, questa massa rugginosa che rolla in modo leggermente percettibile, la massa spsotata ad ogni oscillazione deve essere enorme; il movimento e’ ipnotico, le dimensioni decisamente irreali, la loro percezione e’ amplifcata dal basso della prospettiva da cui lo osservo e dalla solitudine, molto probabilmente, ed indubitabilmente, certo. Alcune lettere emergono dalla fiancata e dallo strato consunto di vernice con cui si e’ cercato inutilmente ed in modo non del tutto convinto di cancellarle; in un pomeriggio di Febbraio a Livorno, ventoso, naturalmente, mi imbattei in lettere cirilliche grandi come queste, mi ritrovai all’ improvviso di fronte un cargo gigantesco, russo, non so come vi arrivai nel mio nel mio svagato vagabondare, tra i canali ed il porto, in libera uscita o meglio alla fine del mio turno. Fu come sbattervi addosso. Quel cargo non era un cargo, era un invito Baudeleriano a lasciare gli ormeggi, un messaggio proveniente dai reconditi territori del sogno. Quanto meno a 22 anni si e’ autorizzati a pensare e credere cio’, ed il solo fatto di crederlo lo invera.

    In ogni modo, se da qualche parte dove essere rappresentato il concetto di viaggio, se a qualcuno venisse in mente di inviare nello spazio ad ignoti destinari un’ icona che riassuma l’ idea del viaggio, cio’ che dovrebbe essere raffigurato e’ indubbiamente un grosso cargo russo. Indubbiamente.

    I 13 marinai del mercantile come spesso accade da queste parti sono senegalesi, alcuni, altri capoverdiani, invece; questo lo avrei appreso nei giorni succesivi, comunque, ed anche che qualcuno era molto vecchio ed aveva girato molto, molto, gli Stati Uniti. Come il vecchio pazzo la notte della festa a Paul.
    Salgono e scendono ogni tanto correndo, quasi volando, con passi pesanti, sulla passarella, indaffarati, dentro il vento caldo della notte capoverdiana, nei preparativi per la partenza. Con un’occhiata ogni tanto qualcuno mi fa un cenno, la risposta e’ no, indubitabilmente. Parliamo, la ragazza ed io, e’ di Montpellier, e’ vestita come un Hare krishna o come se avesse strappato uno scampolo di colori male assortiti all’ arcobaleno, si e’ accordata, nel pomeriggio, col vicecomandante, per cio’ che anch’ io sono qui ad aspettare, l’imbarco per Mindelo, e facendo intuire il vantaggio di una merce di scambio di cui io nella mia condizione maschile non posso disporre. Parliamo senza vera intenzione, distrattamente, a tratti, nel buio, nella notte e dentro il vento caldo, io in realta’ fingo di ascoltarla, chissa’ dove sara’ adesso quello stalloncino di 2 anni che non smetteva di seguirci nelle piane di Alberese, e. appunto, stalloneggiava, e il buttero Emiliano che disse aspetta ora ci penso io, cavo’ dalla tasca della giacca di fustagno, consunta, naturalmente, un grumo arroncigliolato di fil di ferro, lo srotolo’ , ne lego’ un’ estremita’ al rampino e comincio’ a rotearlo velocemente: ricordo il sibilo del fil di ferro nell’ aria, non sono sicuro di ricordare se una passata o due si abbatterono sulla groppa dello stalloncino, so per certo che torno’ indietro, alla sua razzetta. Mi coglie mentre ci sto pensando il sospetto che aspettasse solo questo, che fosse cioe’ un gioco che gia’ conosceva, per lui, il roteare ed il sibilo nell’ aria del fil di ferro. Sembrava soddisfatto comunque, mentre tornava trottignando a dar fastidio ai suoi compagni di gioco. Diventera’ sicuramente un meraviglioso stallone, memorabile nella sua generazione, uno di quelli di cui raccontano i vecchi butteri ai giovani, mentre ripongono la scafarda in una rimessa buia e odorosa di cuoio ingrassato. Ricordo anche uno stallone maturo ed i segni dei rebbi del forcone sulla groppa ma questo era in scuderia, era a Siena ed in altri anni. Non tutti gli stalloni si facevano da parte quando entravi, di buon’ ora, nelle mattine invernali fredde e rugiadose, per rifare il box. Era accogliente comunque il calore umido del box, e quasi familiare, nelle mattine di inverno, ed era bello muovere i muscoli e scaldarsi prima che tutto cominciasse.

    C’ era questa ragazza accovacciata accanto a me, dunque, francese, di Montpellier, che avrei ritrovato dopo 2 settimane mano nella mano col suo Apollo nero sulla spiaggia di Santa Maria, stava accovacciata accanto a me adesso sul freddo cemento della banchina del molo di Palmeira, Isola di Sal, Arcipelago di Capo Verde, WWest Africa, e Oceano Atlantico, naturalmente, e non si era tolta lo zaino dalle spalle, passa il vice comandante, si salutano come due complici, poi tutto avvviene rapidamente, qualcuno a prua inizia le manovre, la ragazza e’ sparita come aspirata dentro il cargo, un uomo salta a terra, scioglie le gomene che spariscono come inghiottite dal mastodonte d’ acciaio, un brontolio sordo come se provenisse dalle viscere della terra, un rombo quasi trattenuto prima, poi si sente che prende fiducia e si rafforza, sale come dalle buie profondita’ del mare, un marinaio, enorme, scioglie la sagoletta che tiene bloccata a terra la passerella, sta per iniziare a ritirarla a bordo, espera! con un salto ci sono sopra, lo guardo. Ok dice con un cenno, vieni.

    Entriamo, un passaggio stretto, una ripida scaletta, siamo nel buio ventre del leviatano, voltiamo, lui va veloce, e’ il vice capo macchinista, il cargo e’ enorme, ma gli spazi interni sono innaturalmente angusti, io ho la sacca, il vice capo macchinsta e’ enorme anch’ esso come il cargo e cammina veloce, ricordo esattamente la svolta nel misero quadrato ufficiali ed il capitano, un creolo, inquadrato nel vano illuminato di un passaggio, che firma le istruzioni di carico, certo, probabilmente, credo. Epsera, mi dice il vice capo macchinista, questo lo capisco, poi mi dice qualcosa che non capisco ma che sicuramente significa fermo qui, avanza e bisbiglia timidamente qualcosa al comandante; si vede che hanno rispetto verso i comandanti a queste latitudini, il corpo assume una postura decisamente umile, sembra contrarsi nelle spalle nel tentativo di farsi piccolo, pesera’ 110 chili per 2 metri.
    Il capitano fa un cenno senza guardarlo, sta continuando a firmare le istruzioni di carico, la risposta indubitabilmente e’ no, il vice capo macchinista torna da me, fa un cenno che signifca indubitabilmente no, desculpa, lo sorpasso svicolando accanto e come sotto il suo corpo enorme, sono di fronte al comandante adesso, lo guardo, please, il comandante mi fa un cenno impercettibile: O.K.

    bene, esiste ancora qualcuno che conosce la vecchia legge del mare.

    sono a bordo, finalmente.
    Facciamo rotta per le Sopravento.

    franz


    franz
    http://www.capoverdeavventura.com

    imported_emilio
    Partecipante

    hai pubblicato questi racconti da qualche parte?
    sarei interessato a leggerli integralmente.
    sono davvero intriganti.
    complimenti
    ciao

    loxodrom
    Partecipante

    no, solo qui. Qualcuno mi aveva convinto al progetto di scrivere una guida, ma ho iniziato a scrivere ed invece di una guida e’ uscito quello che trovi qui e negli altri raconti, quindi non se ne e’ fatto piu’ di niente.

    franz
    http://www.capoverdeavventura.com

    imported_emilio
    Partecipante

    CIAO per prima cosa
    buon inizio anno!
    con nuove idee e inaspettati progetti.

    sei ancora interessato a scrivere sulle isole di capo verde?
    possiamo fare un progetto in “equipe”, vista la carenza
    di letteratura sull’argomento.
    se vuoi scrivimi in pvt.
    ciao
    a presto
    emilio

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